«Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno»: questi versetti, tolti dal Salmo 85(84), possono aiutarci a entrare nella Parola di questa ultima domenica di quaresima, la quale, in tutte le letture ci mette di fronte a delle coppie male assortite, anzi, potremmo dire, a dei “matrimoni” poco riusciti. Nella prima lettura il profeta Isaia annunzia al popolo di Israele in esilio a Babilonia l’opera che il Signore si appresta a compiere per ricondurlo nella sua terra: Egli, che ha aperto una strada nel mare, farà scorrere acqua nel deserto, fiumi nella steppa e darà la parola allebestie selvatiche perché gli rendano gloria. Strada/mare, acqua/deserto, parola/bestie selvatiche: sono delle coppie di opposti, irragionevoli per noi, che solo la Parola di Dio riesce a unire, una Parola capace di purificare e convertire la nostra memoria, il nostro pensiero, i nostri sensi, il nostro cuore: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?».

Anche l’apostolo Paolo, nella seconda lettura tratta dalla lettera ai Filippesi, è alle prese con dei binomi impossibili: perdita-guadagno, Legge-fede, morte-risurrezione, passato-futuro. Nelle sue parole traspare tutta la passione di un uomo a cui Dio ha scombinato totalmente le cristalline certezze di giustizia e di purità, per sostituirle con una relazione “intima”, la “conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore”, quel Figlio di Dio che lo ha “conquistato” con la potenza della sua misericordia e a cui si è indissolubilmente legato in un rapporto che costa sforzo, fatica e rinunzie,per una corsa che avrà fine solo lassù, dove la comunione con Dio sarà perfetta.

Il “matrimonio” più difficile, però, lo celebra Gesù nel vangelo. Protagoniste di questo racconto, il “giudizio della donna adultera”, tratto dal vangelo di Giovanni, ma che molti esegeti attribuiscono alla penna di Luca, sono la Misericordia e la Verità. Entriamo anche noi nella scena e mettiamoci, prima, dalla parte della verità: c’è una donna, che è stata sorpresa in flagrante adulterio; e c’è una Legge, che punisce questo reato-peccato con la morte; infine, ci sono i testimoni oculari che possono attestare la verità dei fatti. La sentenza è inequivocabile: questa donna deve essere lapidata. Ora mettiamoci dalla parte della misericordia: “sì, però, poverina, alla fine non ha ammazzato nessuno, e poi, non è mica la fine del mondo, tutti possono sbagliare, anzi non c’è niente di male perché lo fanno tutti ed è ora di cambiare questa legge così antiquata…!”. Potremmo, a questo punto, provare ad applicare questo duplice criterio a tante situazioni che conosciamo o in cui siamo coinvolti personalmente e otterremmo sempre lo stesso risultato: se si assolutizza la verità, si finisce per diventare intransigenti ed intolleranti, giudici spietati dei nostri simili, crudeli “talebani” con le tasche piene di pietre pronte per ogni occasione; ma, ad un risultato ugualmente aberrante conduce una misericordia che nega la verità e annulla la responsabilità, un mero “buonismo” che livella i comportamenti e “seda” le coscienze, che contrabbanda come “amore” il voler essere lasciati in pace, il non volersi far carico del vero bene dell’altro. In entrambi i casi, l’umanità, simboleggiata dalla donna nella scena evangelica, è messa al centro solo per essere strumentalizzata, privata della dignità e ridotta ad una cosa, un’esca usata, come annota l’evangelista, per colpire l’avversario, Gesù, in questo caso. Il Signore non si lascia prendere in questo tranello, ma comincia col fare verità, spostando l’attenzione dei presenti dalla donna, il mero pretesto, a se stesso, il vero obiettivo, e lo fa chinandosi a terra e riempiendo il silenzio di misteriosi segni tracciati sulla polvere; così facendo usa contemporaneamente misericordia verso la donna, ponendo fine alla violenza di quegli occhi puntati su di lei. Quindi, rompe il silenzio e si pronuncia: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E la sua Parola produce l’effetto che leggiamo nella lettera agli Ebrei (4,12): è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra (…) e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Gesù non nega la verità ma la estende alle coscienze degli accusatori e suscita in loro la consapevolezza di essere ugualmentebisognosi della misericordia di Dio, cosicché «se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani». Stabilita in modo fermo e inequivocabile la verità, occorre coniugarla con l’amore. Nel suo “Trattato sul vangelo di Giovanni”, commentando il proseguo del racconto, sant’Agostino usa una espressione molto bella: «Rimasero in due, la Misera e la Misericordia». Ecco fatto il matrimonio tra la nostra misera umanità e la misericordia di Dio, quelle nozze che il Figlio di Dio, per primo, celebrò assumendo la nostra natura umana, per ridare bellezza al volto di ogni sorella ed ogni fratello sfigurato dal peccato e per restituirci la speranza nell’uomo e nella sua capacità di scegliere nuovamente il bene, anche dopo la caduta, nell’obbedienza alla sua Parola: «Nessuno ti ha condannata? (…) Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Contemplando questo grande mistero affiora alle nostre labbra la preghiera del salmista:
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.