Ero partito prestissimo per arrivare puntuale a quell’appuntamento. Sveglia alle 5,30 e 250 km di autostrada in cui è successo di tutto. Chiuso distributore del metano, con deviazione obbligatoria per cercarne un altro. Autogrill invaso da un’orda di pellegrini che andavano dal Papa, con attesa prolungata per la colazione. Un incidente sulla tangenziale e diversi rallentamenti sul raccordo. E poi il consueto traffico cittadino. Insomma, circa un’ora e un quarto di ritardo.

Entrando nel luogo della riunione, affannato, andavo trovando parole ed espressioni facciali per esprimere il mio rammarico e la mia umiliante mancanza. E invece, sorpresa! Non avevano ancora cominciato. Molti non erano ancora arrivati. Avevo confuso l’orario dell’appuntamento: alle 11,30 anziché alle 10. Ero in anticipo.

Invece di dovermi scusare e giustificare, saluti e abbracci. Ho goduto un sollievo inaspettato e una pace sconcertante. Emotivamente destabilizzato ma incredibilmente riconciliato con tutto e tutti.

Non è lontana da questa “destabilizzazione” l’esperienza della salvezza. Ce la racconta anche Gesù nella parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso. Il primo che mentre torna a casa, fallito, cerca le parole adatte per giustificarsi e, per tutto il viaggio, va ripetendosi il discorso preparato. Il secondo, che, da sempre, è ansioso di abbracciare il figlio perduto, per ripetergli tutto il suo amore.

Commenta papa Francesco: “La sorpresa è stata che quando incominciò a parlare, a chiedere perdono, il padre non lo lasciò parlare, lo abbracciò, lo baciò e fece festa. Ma io vi dico: ogni volta che noi ci confessiamo, Dio ci abbraccia, Dio fa festa!”.

Tornando all’esperienza della confusione di orario, mi chiedo cosa sarebbe accaduto se avessi pensato: ormai sono in ritardo abissale, meglio non presentarmi affatto. Quanti “ormai” condizionano le nostre scelte e la vita? Ho scoperto, invece, che con Dio vale sempre “ancora”. Perché è sempre il tempo della Speranza e mai della rassegnazione, della Misericordia e mai della colpa o della condanna.

A volte lo dimentichiamo o ce lo nascondiamo. Perché è più facile giudicare che amare. Sentirsi in colpa, anziché fare scelte nuove. Dire “ormai”, piuttosto che “ancora”.

Il tempo è senza fine nelle tue mani,
mio signore.
Non c’è nessuno che conti le tue ore.
Passano i giorni e le notti,
le stagioni sbocciano e appassiscono
come fiori. Tu sai attendere.
I tuoi secoli si susseguono
per perfezionare un piccolo fiore di campo.
Noi non abbiamo tempo da perdere,
e non avendo tempo dobbiamo affannarci
per non perdere le nostre occasioni.
Siamo troppo poveri per arrivare in ritardo.
E così il tempo passa, mentre io lo dono
a ogni uomo querulo che lo richiede,
e il tuo altare è del tutto vuoto.
Alla fine del giorno m’affretto
per paura che la tua porta sia chiusa;
e invece c’è ancora tempo.

(Rabindranath Tagore, Il tempo)